I moti che ci conducono sulle orme del nostro destino, rimandano tanto a un riconoscimento individuale che a un’appartenenza collettiva, e condizionano i nostri comportamenti finché non decidiamo a torto o ragione, problema sussidiario nel momento della scelta, della via da seguire.

La cultura odierna soffoca in nome di regole imprescindibili, (le leggi del mercato), ogni scelta immaginabile. Le religioni avevano ridotto la simbolica a verità, e cioè, assimilato la rappresentazione all’oggetto, la formulazione mentale a concretezza tangibile. Per esempio, il soffio di Dio sul Mar Rosso
non raffigurava più la capacità dell’uomo a superare gli ostacoli, le barriere, pure con un aiuto divino, ma diventava un fatto storico, per gli uni, dovuto ai polmoni di Yahweh, per gli altri a qualche sisma, fosse gioco della natura o miracolo compiuto.

Scherzi a parte, i mille e uno esempio che potremmo dare a riguardo, vanno ricollegati a una costatazione che non concerne né i cieli, né i capricci o movimenti delle placche tettoniche, bensì la mente  umana, in riferimento a una società e un’epoca definite.

Si pone tuttavia una domanda, se non altro risentita emotivamente da chiunque, confrontato a quello che siamo soliti chiamare “i tormenti e l’intimo dell’anima”: “Perché tanta paura?”, e soprattutto: “Di che cosa?”. Se alcune pratiche religiose possono suggerirci risposte relativamente convincenti, in
relazione all’onnipotenza, sia quella che immaginiamo di dover patire, sia quella che desidereremmo e ci illudiamo a volte di possedere, è dal campo della psicologia che vorremmo attingere i nostri argomenti.

Nell’avvertenza che precede «Gli archetipi dell’inconscio collettivo» di C.G. Jung, rileviamo la frase: “La straordinaria forza dell’inconscio collettivo viene (…) indagata nella sofferta condizione d’un individuo”, mentre di persona, Jung scriveva: “La dottrina dei primitivi è “sacra e pericolosa”. Tutte le dottrine esoteriche cercano di afferrare gli invisibili accadimenti dell’anima, e tutte rivendicano la massima autorità. Quel che è vero per quelle dottrine primitive vale ancor più per le religioni attuali. Esse contengono una rivelazione primitivamente segreta e hanno espresso i misteri dell’anima in figure splendenti. I loro templi e le loro sacre scritture annunciano in immagine e parola l’antica dottrina consacrata accessibile ad ogni animo credente, ad ogni intuizione sensibile, ad ogni più vasta indagine del pensiero“.

In queste poche frasi che ci immergono in un passato di cui ci manca ogni coscienza, anche se ci sembra talvolta familiare, vengono racchiusi tutti i presupposti di ogni elaborazione mentale, dalle visioni più idilliache a quelle più orride, che ricoprono tutti i possibili, tutte le sfaccettature immaginabili ed inaspettate o addirittura inverosimili, che rivelano la complessità dell’umano, i suoi eccessi, l’inafferrabilità dei suoi sentimenti come dei suoi atti.

Si creda o meno alla libera scelta, ricollegata a determinismi vari, non toglie che ciascuno, venga interpretata una decisione propria o condizionata, (e vale anche per i gruppi), di fronte a più possibilità, si risolve ad agire per rompere gli indugi, e prende l’iniziativa in una direzione o un’altra, qualunque giudizio si porti poi a questo proposito. Allora, risulta perlomeno che forze opposte, persino antagonistiche, possano palesarsi dentro un individuo, del resto sempre più o meno propenso ad indossare tutte le colpe così come tutti i meriti del mondo a titolo personale, e cioè a compiere tutte le azioni possibili, sin dal momento in cui ritiene d’essere giustificato, e queste forze, che lo abitano, chissà fino a che punto egli le domina, le gestisce, o invece, le subisce, lo sovrastano.

Per secoli, ad esempio, non solo l’insegnamento comune a quasi tutte le società: “Non ucciderai!”, venne ritenuto in quanto legge solo riguardo alla sfera privata, ma gli eserciti ricevettero la benedizione delle chiese senza che nessuno ci vedesse nulla da ridire. Per banale che sia, purtroppo, questo accenno fa apparire al di là di qualunque senso della realtà e qualunque significato, quanto siamo determinati nelle nostre azioni, dalla valenza simbolica ricoperta a prescindere dai vocaboli, da situazioni drasticamente distinte e differenziate, a seconda della posta, siano pure paradossalmente totalmente sviati o incompresi, i messaggi che racchiudono.

Sembrerebbe dunque che non abbiamo davvero la facoltà di approdare alla realtà se non  tramite un insieme di rappresentazioni che appartengono tanto all’immaginario quanto alla simbolica, il tutto per quanto sia comunque incompleto, definito tramite il verbo, senza mai riuscire a distinguere chiaramente, le varie dimensioni dei contenuti ai quali ci richiamiamo. Oggigiorno, la smania esacerbata del realismo ad ogni costo ci convince sia di circoscrivere il reale, sia di praticare, ci sembra la parola più adatta, il razionalismo; in verità, la nostra visione d’insieme risulta solo un arrangiamento estremamente complesso che attinge da tutte le elaborazioni di cui siamo capaci, indistintamente, ma anche casualmente e in funzione delle circostanze.

Se abbiamo un dubbio in proposito, ovvero, se siamo convinti di raggiungere una visione coerente ed esatta della realtà senza appellarci a tale complessità, e talvolta, confusione, basti ricordare quello che capita a tutti, di tanto in tanto: stiamo a raccontare un episodio qualunque tra amici, e arriva il solito ritardatario; riprendiamo il racconto da zero, perché possa seguire anche lui la discussione, ed ecco che un’altra versione, quasi quasi, più che dalla nostra bocca, come se il verbo ci dominasse, risuona a nostra insaputa, esagerando appena, e contro la nostra volontà.

Conosciamo bene questa peculiarità, del resto, quando ci riferiamo al concerto di qualche cantante di successo, talvolta a dimostrazione dei miracoli compiuti negli studi discografici, semmai lo spettacolo, tolta la scenografia e le varie ballatrici, ci lascia perplessi rispetto al disco comprato con entusiasmo la sera prima.

Solo la lingua scritta concede di ripetere alla lettera le medesime parole, ma come un attore non ripete mai la stessa prestazione, sarà comunque non senza qualche cambiamento di ritmo e di intonazione, che leggeremo uno stesso testo, ed è sempre interessante notare quanto siano poche le persone in grado di esprimersi agevolmente e chiaramente, senza ricorrere al supporto della scrittura; che la società odierna non ci porti attenzione è alquanto triste (i canali televisivi non esitano a proporre farfuglioni e addirittura presentatori afflitti da qualche difetto di pronuncia, senza parlare della moda adesso antiquata ma duratura della “r” moscia in alcuni ambienti), dato che l’elocuzione, indubbiamente, rispecchia il pensiero, (o la sua assenza), anche qualora indichi il significante.

“La sofferta condizione dell’individuo” risulta sicuramente anche dall’imperio del verbo, non di certo quello divino, venga pure mitizzato il cosiddetto linguaggio popolare, quello adoperato per strada magari, nonostante più spesso le comunità umane si esprimano secondo modelli che non hanno coniato, a imitazione di qualche capo dal gergo colorito, la cui parola prende un valore particolare, sin dal momento in cui in modo ridondante, l’eco supera il senso, o addirittura lo sostituisce.

Piero Chiara aveva illustrato simili linguaggi («Sale e tabacchi»), così: ““Al limite” dicono da un paio di anni tutti gli sciocchi che fino a due anni fa dicevano “nel caso estremo”, “in ultima analisi”, oppure “se non si può fare altrimenti””.

Sciolte le lingue, oggi, in sostituzione degli intellettualoidi bisognosi di una volta, sono i giovani (e non, categoria ancora più inaccessibile), che iniziano ogni incontro con: “Bella zio”, “zio pera”, “fichissimo!” o ancora “sei mitico”, altrettanti modi di dire che per non racchiudere un significato verbale, manifestano al tempo stesso un’appartenenza collettiva, non ben diversa del resto di chi non manca mai l’occasione di proclamare: “Noi…” seguito dal sostantivo che lo distingue dagli altri, sia “noi artisti, esperti vari o ladri”, qualunque sia la disciplina e una volontà di essere riconosciuti, sia pure fasulla, poiché non richiede
l’approvazione altrui. (Potremmo osservare la medesima postura in tutti i gruppi in cui la gerarchia impone le sue leggi, leggi che contrappongono al rapporto umano e alla comunicazione, l’ordine, sia pure ritenuto morale).

Nella tendenza più o meno segnata a seconda delle epoche e delle comunità, d’incuria della lingua, vi sarebbe quindi da rilevare prima ancora di questa rinuncia, un mancato riconoscimento, o in altri termini, un’assenza di empatia.

M.B.